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Piccolo Cane

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Nel paese del Cappellaio Rosso (con l'aiuto del mago di Oz)
 
 
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Linux Red Hat 6.0

     E' arrivato, è lui finalmente, è il Linux che aspettavo. Ora non posso fare altro che installarmelo anch'io, visto che da grande voglio diventare un guru dell'informatica. Questo è quello che mi son detto tra me e me.

     Finora però un dubbio mi aveva bloccato: non sei contento di Windows, così bello e così ben funzionante? Perché mai vuoi cercare di incasinarti con Linux, 'sto coso per professionisti di compilatori e debugger, ché fino a due anni fa' non avevi mai nemmeno visto un file batch? Forse un soprassalto di saggezza, ma, come spesso capita, non si riesce ad essere saggi troppo a lungo.

     Il problema era, ed è, che non so assolutamente niente di UNIX, tranne il fatto che è un sistema operativo molto più serio di Windows, ma anche molto meno "user friendly" del tanto bistrattato capolavoro di Bill. Del quale si può dire: sistema operativo poco affidabile e robusto, che però non pretende nessun serio sforzo da chi lo usa.

     Così avevo cominciato a leggere in giro: referti (!) da chi Linux lo ha già provato ad installare, indagini sociologiche sul motivo che spinge la gente su questa strada, ecc.

     Questo perché va bene la curiosità, ma io non sono precisamente uno scavezzacollo, odio l'autorun dei CD sotto Windows e pretendo di capire cosa mi combinerà un programma prima di lasciarglielo fare. E, saltando per un attimo in avanti, posso dire di non avere tutti i torti: uno dei due tipi di installazioni automatiche proposte dalla Red Hat cancella tutti i dati presenti, su tutti i dischi rigidi! Non proprio della serie "faccio una prova tanto per vedere com'è".

     Allora, torniamo all'inizio dei tempi (qualche mese fa'). Intanto, le motivazioni: cosa spinge a provare Linux?

     Grossa influenza ha certamente l'ubiqua antipatia per Bill, che nel mio caso prende la forma di antipatia per giornali e riviste informatiche che avrei voglia di dire al soldo del Paperone di Redmond. Anche se poi non è vero, perché nemmeno i suoi soldi basterebbero, e perché i tirapiedi quasi sempre lavorano gratis. Conta molto anche la naturale simpatia per un progetto volontario e no profit, in un momento in cui il profit sembra largamente dominante. La prima è quasi la stessa motivazione degli utenti Mac, solo che nel loro caso c'è forse un piccolo (enorme ;^) sbaglio di prospettiva: odiavano IBM prima e Microsoft adesso come rappresentanti di un monopolio sfruttatore che toglie libertà di scelta e succhia denaro, per affidarsi al Pensiero Diverso, che di libertà te ne da ancora meno ed in compenso di soldi te ne chiede di più. E meno male che dopo puoi (a ragione!) sentirti parte di un'élite.

     Andare avanti a simpatie ed antipatie però non è un gran modo di gestirsi, servono motivazioni più serie: poter vedere qualcosa di diverso, per di più totalmente trasparente perché non coperto da copyright e segreti, il massimo se hai l'aspirazione a capire qualcosa di più sui computer.

     Cosa so di UNIX, del quale la creatura di Linus Torvalds è ora la più popolare implementazione? Solo che è il sistema operativo che gestisce quasi tutti i sistemi informativi di grandi dimensioni, dove c'è necessità di potenza ed affidabilità. Ma ho capito anche che le finestrelle che tanto hanno giovato al successo di Windows non sono troppo di casa in quell'ambiente.

     Non che non esistano: X Windows dev'esser nato contemporaneamente a Macintosh e MS Windows, e certamente molto prima che le versioni 3.0 e 3.1 di Microsoft cominciassero ad avere successo. Il punto è che mi pare anche che non ci sia stato un gran lavoro in questo settore, probabilmente perché i guru non hanno un gran bisogno di finestrelle colorate.

     Incidentalmente, questo concetto dell'intelligenza informatica mi è sempre stato incomprensibile: cosa c'è di intelligente nel conoscere tutti i parametri da linea di comando del programma Tal dei Tali, scritto dal programmatore Tizio? Niente, direi, con un sano impulso degno del più fedele utente Macintosh. Le cose serie da imparare sono quelle di contenuto, per esempio le impostazioni di un programma, non il gergo necessario a comunicarglielo. In fondo, i computer dovrebbero semplificare e non complicare le cose.

     Questo è un problema serio, che penso tenga più di qualcuno alla larga da tutte le X: perché tornare ad una specie di DOS, per di più circa dieci volte più ricco di comandi ed opzioni da imparare? Troppa fatica diventare un guru.

     In particolare, mi piace poco il seguente paradosso (ancora valido?): per installare Linux bisogna sapere molto di UNIX, ed è proprio per conoscere ed usare UNIX che si installa Linux. Il paradosso è risolvibile: si può per esempio imparare il DOS in finestra all'interno di Windows, che a sua volta si può installare ed usare senza essere dei geni. Meglio quindi aspettare che qualcuno si prenda la briga di finestrare per bene l'ambiente, rendendone al contempo facile l'installazione, che poi le durezze di UNIX si possono anche imparare un po' per volta.

     Provo dunque a vedere a che punto sono arrivati. L'editore di testi informatici Macmillan offre, sul sito www.mcp.com, molti dei suoi libri in formato HTML, in visione gratuita. Le versioni non sono le più recenti (per il tempo che gli ci vuole per passarle in formato HTML, dicono ;^) ma pazienza, per il momento può bastare. Trovo tre testi su Linux: uno riguarda la Red Hat 3, ora che è attesa la 6, un altro la Slackware 96, che non deve essere neanche lei molto recente, e l'ultimo sempre la Slackware 2.3, che dev'essere ancora più vecchia, visto che il sistema "ad annate" per numerare le versioni è una moda più recente. Ci sono inoltre due testi su UNIX. Do a tutti una scorsa veloce, più che altro voglio vedere immagini delle interfacce grafiche, per vedere se sono esteticamente pregevoli, oppure rozze come mi aspetto io.

     E direi che mi aspettavo bene (o meglio, male): una bruttezza superiore anche a quella di Windows 3.1, della quale ancora ricordo l'impressione, sconvolgente, che mi fece quando la vidi per la prima volta, abituato alle belle interfaccine di Windows 95. Che ci volete fare, per me l'estetica ha un'importanza soverchiante.

     Questo era stato un colpo quasi definitivo alle mie aspirazioni: va bene impegnarsi, ma non quando sai che alla fine del lavoro otterrai qualcosa che non ti piacerà. Prima di desistere però conviene fare delle ricerche, perché l'ambiente è in tumultuoso movimento, e staranno certamente lavorando a qualcosa di meglio. Qualcosa c'è. Si parla di x server e di window manager, mi sembra di capire siano due componenti distinte che si devono mettere insieme per avere un ambiente a finestre. Probabilmente io ho visto il vecchio Motif o qualcosa del genere, mentre ora stanno lavorando a qualcosa di meglio (importa anche a loro, dunque), ed i nomi che girano sono KDE, copia del commerciale CDE, ad un buono stato di avanzamento, e il nuovo progetto GNOME, che è più indietro ma sembra basato su idee più forti. Trovo anche delle immagini complete di un desktop sotto GNOME: niente da invidiare a Windows 95/98!

     Deciso dunque che devo aspettare una distribuzione che includa GNOME o KDE come dektop di default, per il momento posso cercare di capire quanto sono difficili da installare le varie distribuzioni, perché come ho detto, UNIX lo voglio imparare dopo, non prima, di averlo installato. Qualcosa, è ovvio, dovrò studiarmelo prima, ma senza esagerare.

     Gli articoli che si trovano in circolazione confermano che la facilità d'installazione delle varie distribuzioni ha molti passi in avanti da fare. In fondo però non è da molto che esistono le distribuzioni commerciali, ed è da queste che ci si deve aspettare facilità d'utilizzo, non dai programmatori originali che hanno creato il kernel di Linux. Questo è un altro valido motivo per aspettare ancora un po': le offerte probabilmente miglioreranno moltissimo non appena Linux esploderà in popolarità.

     A questo proposito, permettetemi una piccola digressione (sassolino nella scarpa): certi articoli sottolineano troppo le difficoltà di installazione di Linux.

     Esempio: il giornalista tal dei tali mi dice che ha provato, pur col mal di pancia, ad installarsi la Red Hat, la distribuzione più facile in circolazione (anche se non capisco perché abbia provato la 5.1 e non la già disponibile 5.2).

     Dice che, una volta installata, lavora bene e non si pianta mai. Ma (ovvio che ci sia un ma) ci sono problemi e rischi all'installazione. Quali? Ecco l'elenco:

- visto che è raro il caso di chi installa Linux disfacendosi di Windows, bisogna creare una nuova partizione apposita sul disco, e questa è un'operazione piuttosto tecnica;

- eseguire questa operazione usando programmi gratuiti come l'allegato FIPS è più difficile che usando programmi commerciali come PartitionMagic, che Red Hat non offre (forse perché da solo costa più di Red Hat ;^);

- l'installazione di LILO, il boot manager di Linux, il programma cioè che permette di scegliere se far partire Linux o l'altro sistema operativo, sovrascrive l'MBR senza avvertire l'ignaro utente. Questo fa sì che non si possa più (o quasi) avviare Windows nel caso si elimini Linux.

     Questi sono certamente dei problemi ma, se si esamina come si comporterebbe Windows installandolo su un computer dove ci sia già un altro sistema operativo, si trova ben di peggio. L'idea base delle installazioni Microsoft è: intanto ci installiamo e, se per caso c'era qualcos'altro, peggio per lui. Non solo non c'è uno straccio di FIPS, per non parlare di PartitionMagic, ma addirittura, con partizioni già fatte, l'installazione produce (sovrascrivendo l'MBR!) un sistema che può solo avviare Windows. E questo ancora prima che l'utente abbia deciso che l'altro sistema operativo non gli serve più! Ma questo non dovrebbe sorprendere troppo, venendo dalla stessa ditta che sui manuali del DOS 6.22 si prodigava in istruzioni per disinstallare OS/2, "aggiornandolo" con il DOS stesso.

     Per di più, avendo provato varie volte ad installare Windows 95 e fratelli, posso dirvi che il programma di setup è così intelligente che, se avete due dischi rigidi, ad un certo punto si pianta, dicendo che non riesce più a trovare i file sul CD-ROM. E questo perché lo cerca alla lettera D, nome che in questo caso spetta al secondo disco, su quale, guarda caso, non ci sono i file della premiata ditta di Redmond!

     Sarebbe quindi giusto avvertire che esistono questo tipo di problemi, facendo però al contempo notare che sono del tutto indipendenti da Linux, o da Red Hat.

     Purtroppo, per quanto mi sia antipatico il detto giornalista, i problemi che segnala sono reali, e sono appunto quelli della creazione di un sistema multiboot: come si fa spazio per il nuovo sistema operativo, quali partizioni creerà installandosi, e quale sarà il boot manager. Quando ci sono, si possono seguire le procedure automatiche, ma è sempre meglio cercare di capire prima cosa faranno, per evitare problemi ed interferenze che potrebbero rendere inservibile un intero sistema operativo.

     Vediamo dunque che distribuzioni esistono, e come si caratterizzano per qualità e facilità d'uso. Una delle prime ad avere grande diffusione è stata Slackware, che ora però sembra un po' in ribasso, e relativamente poco aggiornata. Rispetto alle altre avrebbe il vantaggio di poter essere installata senza creare un file system su una partizione separata, evitando i problemi relativi. Un'altra famosa è Debian, ma da quel che capisco è quella preferita dagli sviluppatori, e quindi del tutto inadatta per iniziare. Le tre distribuzioni più in vista ora sono Caldera OpenLinux, Red Hat e SuSE. La mia preferenza va a Red Hat per tre motivi: 1) molti la descrivono come la più "user friendly" (tra l'altro ha inventato RPM, un sistema per facilitare l'installazione dei pacchetti di programmi che anche le altre hanno adottato); 2) Intel e Netscape hanno investito nella società, e non credo l'abbiano fatto per buttare soldi; 3) ho letto un'intervista al mitico Linus, nella quale dice che la sua preferenza va proprio a Red Hat.

     Red Hat dunque. Eccomi quindi al presente, ecco la rivista che mi offre la tanto attesa nuova versione, la 6. Caratteristiche tecniche (oltre alla pubblicità "ancora più facile da installare"): Kernel 2.2.5 (appena sfornato), GNOME, KDE, supporto per FAT32 (essenziale per chi ha tutti i dati nella partizione di Windows 95/98). Non manca niente di tutto quello che volevo, non posso più tergiversare. Solo il manuale cartaceo non c'è, ma, visto che non pago nulla, almeno la fatica di cercarmi le informazioni sul CD la devo fare.

     Contemporaneamente su altre riviste stanno uscendo un fiume di articoli relativi a Linux ed alla sua installazione. C'è un test di usabilità, nel quale alcune persone, di buona esperienza con Windows ma nessuna conoscenza di UNIX, devono tentare di installare e far funzionare Linux su un sistema con un disco completamente occupato da Windows 98. I risultati sono disastrosi: pur avendo a disposizione il manuale, nessuno riuscirebbe, senza assistenza, a superare la fase di partizionamento. Inoltre la fase di configurazione delle periferiche è così ardua che nessuno completa il test, pur avendo più di sei ore per farlo. Due cose mi confortano: nel test hanno usato SuSE (e ammettono che l'utility per affettare dischi fornita da Red Hat è più facile di tutte le consorelle, anche di quella del DOS), e l'articolo in generale è basato sulle versioni OpenLinux 1.3, Red Hat 5.2, SuSE 5.3, ora che sono appena uscite (bel tempismo ;^) le versioni 2.2, 6.0 e 6.1 rispettivamente. Ed è possibile che i miglioramenti in facilitazione per l'utente siano notevoli.

     Avanti dunque. Visto che dicono sia difficile anche avendo il manuale cartaceo sotto mano, dovrò leggermi accuratamente perlomeno i testi di aiuto sul CD. E qui, ecco la prima uscita dalla familiare tradizione DOS, con file di testo semplice che però non hanno alcuna estensione tipo txt a segnalarlo. Sarà poco, ma poterli aprire con un doppio click è irrinunciabile o quasi. Fortuna che ho letto da qualche parte che Windows 98, o Windows 95 con IE4 installato, ha una nuova chiave che tratta le estensioni sconosciute, "unknown". Ci ricopio la sottochiave "open/command" che trovo per i file di tipo testo, ed ora magicamente un doppio click su un file di tipo sconosciuto a Windows me lo apre con il Wordpad che uso per i testi (al posto dell'orrendo Blocco Note). Ora la lettura è molto più pratica.

     Scorrendo il CD mi viene in mente che potrebbero organizzarlo meglio: dove sono i documenti da leggere? Sono sparpagliati in giro, senza un chiaro elenco che li descriva. Sembra un ripostiglio di roba messa lì casualmente, e forse è proprio così, perché c'è certamente roba di produzione Red Hat assieme a materiale da siti internet, principalmente testi semplici. Forse sarebbe ora che anche i guru scrivessero la documentazione in HTML, non si pretende molto, basterebbe la versione 2, tanto per avere qualche font leggibile con grassetti e corsivi, oltre ai link, magari solo dall'indice ai vari file di documentazione. I manuali di Red Hat sono effettivamente in HTML, solo che non capisco perché bisogni nasconderli per bene in fondo a delle sottodirectory invece di mettere una pagina indice nella directory principale che poi ti porti dove serve. Forse è una punizione per chi non compra una copia con regolare manuale.

     Trovo dunque, formato HTML, una "Official Red Hat Linux Getting Started Guide", una "Red Hat Installation Guide" (almeno credo si chiami così, visto che l'index.htm funziona solo quando installato su disco dall'apposito programma, sul CD è un po' "scarno", occupando 0 byte ;^), una directory FAQ piena di file che sembra trattino i più vari argomenti, col solo difetto che quello che si chiama index.htm, pur non di 0 byte, è solo l'indice di uno dei tanti sottoargomenti. Quando l'umanità capirà la necessità di raggruppare in una misera cartella tutti i file che assieme formano un unico documento HTML sarà sempre troppo tardi!

     C'è poi la documentazione "in diretta dal programmatore all'utente": le tonnellate di HOWTO di cui ho sentito parlare, e le istruzioni per le utility DOS, cioè FIPS per fare le partizioni senza distruggere i dati (in pratica un PartitionMagic dei poveri) e RAWRITE, per creare i dischetti con cui far partire l'installazione. Tutto questo lo so per averlo letto da qualche altra parte, perché il tutto è messo lì come fornito dai vari contributori, senza una riga di spiegazione tipo "qui ci sono i programmi xyz, che servono per abc, con la documentazione fornita dai loro autori ...". Ma forse in azienda hanno di meglio da fare che scrivere due righe ed organizzare il materiale con qualche directory.

     Il Readme principale dice solo che per installare bisogna usare il file BOOT.IMG come boot image. Uno con un po' di fretta e di fiducia nella sua intuizione potrebbe pensare di copiare su un dischetto il file BOOT.IMG contenuto nella directory IMAGES ed usarlo. So che non si fa così, perché serve appunto RAWRITE. E, visto che dicono che una volta che hai in mano il dischetto il resto va in automatico, proprio non si capisce perché non debbano fare quel semplice passettino in più per rendere amichevole l'operazione. La cosa è tanto più strana in quanto nelle vecchie guide avevo letto che uno doveva accuratamente scegliersi l'immagine di boot da usare tra le tante disponibili per i diversi tipi di hardware. Lì serviva una decisione umana, ma ora che sono riusciti a ridurre le possibilità ad una sola, è incredibile che non automatizzino una copia su dischetto semplicemente perché non fatta con il solito COPY. Basterebbe qualche semplice istruzione nel Readme, tipo "inserite un dischetto nel drive, ed eseguite il programma xxx". Non serve una gran ingegneria, basterebbe anche un file batch, roba perfino alla mia portata. Se poi è opportuno che uno si legga prima il manuale, basta scriverlo nelle avvertenze. Mi vedo costretto a dire che l'antipatico giornalista non aveva tutti i torti.

     Anzi, ... no. Perché leggendo scopro che, se avessi comprato la scatola, ci avrei trovato, oltre alla licenza, le due guide in formato cartaceo, i CD e il dischetto di boot già fatto. La documentazione incasinata è dunque una punizione per quelli che non pagano. Niente più da lamentare. E il giornalista è "inclinato" davvero.

     Vediamo dunque queste due guide Red Hat. Una descrive Linux per sommi capi, quella che ora mi interessa è l'altra, che riguarda l'installazione. La cosa preoccupante è che quest'ultima è tre volte più voluminosa della prima: siamo di nuovo al paradosso che per installarlo bisogna conoscerlo quasi del tutto?

     Innanzi tutto è raccomandato di prendere informazioni sul proprio hardware, sia per vedere se è compatibile con Linux, sia per aiutare il programma di installazione quando questo non sia in grado di riconoscerlo e configurarlo automaticamente. E qui uno non può essere proprio alle prime armi, perché non è elementarissimo dover, per esempio, "controllare il BIOS per vedere se l'accesso ai dischi IDE avviene tramite LBA". Ma non posso dire quanto sia difficile, almeno finché non vedrò quanto la procedura riesce ad andare avanti da sola. Per esempio, io ho una stampante ed un modem tra i più diffusi, eppure all'installazione Windows 98 ha usato dei driver generici per il modem, mentre non è riuscito ad individuare quelli della stampante, pur avendoli nel suo database. E nemmeno mettere a posto queste due cose dovrebbe essere considerata operazione elementarissima.

     Comunque, raccolgo le informazioni richieste, è abbastanza facile perché in gran parte è sufficiente stampare le informazioni note a Windows (non vale, abuso sul concorrente!).

     Successivamente, c'è da pensare che tipo di installazione usare, tra quelle proposte. Queste sono tre: quella personalizzata in cui si ha il controllo della situazione ma si rischia di sentirsi porre domande a cui non si ha la più pallida idea di come rispondere, e due automatizzate, una adatta alle workstation, l'altra ai server, entrambe facili ma col rischio di vedersi far fare qualcosa che non si voleva.

     Finirò per usare quella automatica, ma solo dopo essermi accertato degli effetti che questa si porta dietro. Se avete un solo disco con una sola partizione con un unico sistema operativo, non c'è alcun problema ad usare l'installazione tipo workstation, tranne quello di ridimensionare la detta partizione. Questa parte del lavoro normalmente è da considerare più difficile perché bisogna usare uno strumento primitivo come FIPS, che non è un programma cattivo, ma richiede che prima ci si legga qualche decina di KB di documentazione. Io credevo di essere già a posto da questo punto di vista, perché avevo già uno spazio libero, ma mi sbagliavo di grosso. E la colpa non è certamente di Linux, ma di quella sublime creazione del pensiero umano che è la struttura delle partizioni dei dischi secondo il DOS. Se vi piacciono simili orrendi dettagli li trovate qui.

     La guida prosegue spiegando dettagliatamente l'interfaccia del programma di installazione. E' una tipica interfaccia a carattere, che non prevede l'uso del mouse. C'è il solito tasto TAB per girare tra gli elementi selezionabili, come nei vecchi programmi DOS semigrafici. C'è qualcosa in meno che nelle installazioni Windows, che usano la grafica VGA 640x480 ed il mouse, ma anche qualcosa in più, come 5 console diverse, tanto per mostrare subito il carattere multiplo (multitasking e multiutente) del sistema operativo.

     Per partire ci sono tre modi, e quello del dischetto che tanto mi sembrava importante è solo l'ultima risorsa. Infatti prima si può lanciare il programma di installazione da DOS puro, eseguendo \dosutils\autoboot.bat sul CD. La via più all'ultima moda è invece quella di fare il boot da CD, cosa che richiede un BIOS moderno. Il mio lo è? Da questo punto di vista sono abbastanza fortunato, il PC è della fine del '96, ha fatto in tempo ad avere applicate le prime porte USB, inutilizzate per quasi tre anni, ed il boot da CD è lì anche lui. Se nessuno di questi metodi è applicabile (ma quello di non avere DOS sui PC Intel è abbastanza raro, perché vorrebbe dire che hai già Linux ;^) devi farti il dischetto. La cosa è palesemente così rara che la guida neanche dice come farselo!

     Ora che mi sento abbastanza fiducioso nel fatto che non ci dovrebbero essere problemi, mi accingo finalmente ad iniziarla, 'sta benedetta installazione.

     Nel BIOS metto l'opzione per fare il boot da CD-ROM, e vado. Solo che non va lui, riconosce il lettore, tenta il boot ma: "failure". Pazienza, sarà colpa del mio BIOS, o di quelli della rivista che copiano i CD senza renderli bootable. Alla vecchia maniera, uso RAWRITE e mi faccio il mio bel dischetto di boot. Stavolta parte, boot Linux 1.43, loading initrd.img, loading vmliuz, ... .

     Come detto, delle tre procedure possibili scelgo quella automatica per workstation, quella che facilita la vita all'utente alle prime armi e gli prepara, forse, un PC pronto all'uso. Mi avverte che cancellerà ogni traccia di altri Linux già installati, roba stile Microsoft si potrebbe dire. Non uso la personalizzata anche perché avrei difficoltà a capire quali pacchetti installare. In dieci minuti copia tutto, e passa alle prese con l'hardware, vediamo come se la cava.

     Con scheda madre, dischi rigidi e CD-ROM non ha avuto problemi, ma questo è il minimo. Il mouse lo vede, ma me lo propone come mouse generico a due bottoni, io gli preciso che ne ha tre. Salto la configurazione della rete che non ho, gli comunico il mio fuso orario e passo a configurare la stampante. Riguardo a questa, sa a quale porta è collegata, ma il tipo devo dirglielo io. Vado bene perché è nel suo elenco. Con la scheda grafica non ha problemi, il monitor invece devo indicarglielo dall'elenco, nel quale fortunatamente si trova anche lui. Fatto questo X Windows è a posto, mi chiede se voglio fare il boot direttamente nell'ambiente grafico (ovvio, che diamine, non so un singolo comando UNIX), e mi propone anche la risoluzione a cui usarlo. Riguardo a questa, che è una 1024x768, la accetto con fiducia, anche se è forse troppo per il mio piccolo monitor. In seguito mi accorgo che è anche peggio, perché Linux sembra usare di default caratteri microscopici (che si possono però aumentare). Ultima cosa, la scelta della password per il SuperUser root. Fatto questo ha finito, devo solo fare un riavvio. Velocità missilistica di tutta l'operazione: soli 25 minuti. Mi resta un dubbio riguardo a scheda audio e modem, sui quali non mi ha chiesto niente.

     Voglio proprio vedere come avviene questo riavvio, perché dovrebbe aver installato LILO in modo da poter avviare a scelta Linux o Windows. LILO non ho idea neanche di come sia fatto, spero sia come il boot manager di OS/2, una lista dei sistemi operativi da scegliere con le frecce su e giù. Invece, orrore ed allibimento, mi compare un maledetto prompt "LILO boot:", e per di più nessuno mi ha detto come usarlo. Cosa devo scriverci per far partire Windows? "m$-do$", "viva Windows" o "I love Bill Gates"? E mentre parte Linux non posso fare a meno di pensare "maledizione, ridatemi il mio bellissimo Windows".

     La cosa è per me più grave perché non ho il manuale cartaceo, è tutto sul PC, ma se non mi parte Windows può darsi che non riesca neanche ad arrivarci, visto che di Linux non so, per definizione, niente.

     O meglio, così sarebbe se non fossi fornito di alcune magiche utility per dischi, e non mi fossi cautelato. Resta il fatto che se si vuole far diventare Linux facile e diffuso, non si può fare uno scherzo del genere ad un povero volenteroso utente che se lo installa. In realtà bastava proprio poco (come per la maggior parte dei problemi di cui vi dirò in seguito), per cui è ancora più incomprensibile il motivo per cui non si debba fare quel passettino in più. Bastava dire: al riavvio appare il prompt "LILO boot:", battete TAB sulla tastiera e vedrete le opzioni disponibili". In questo caso erano "linux", ovviamente, e "dos", tanto per sminuire i concorrenti.

     Ed eccomi finalmente alla meta. Se volevo una grafica che non sembrasse arcaica, non potevo chiedere di meglio. Le finestre che si aprono dopo il login (in cui riesco anche a sbagliare la password ;^) sono quanto di meglio si possa pretendere, una specie di compilation del meglio che c'è in giro. Per la cronaca il window manager che gira sopra GNOME è Enlightenment; le sue finestre sembrano quelle del Macintosh nell'angolo in alto a sinistra, quelle di Windows 95 nell'angolo in alto a destra, e infine sembrano il Motif di UNIX nelle barre di scorrimento. I bottoni a rialzo sono stati "rubati" da Internet Explorer (chissà cosa ne pensa Microsoft, che ultimamente cerca di brevettare cretinate tipo "l'uso del mouse per chiudere una finestra"!).

     C'è una barra delle applicazioni come (o quasi, perché si può farla sparire a destra o sinistra) in Windows 95. E' grossa circa il doppio di questa, ha l'orma del piedone come bottone start, ed ha un rettagolo diviso in quattro, che al momento non capisco a cosa serva. La cosa mi diventa chiara rovistando le interfacce degli altri window manager, AfterStep nel caso, quando il cursore mi sparisce andando contro il bordo destro o inferiore: i gestori di finestre UNIX non si accontentano di un desktop, te ne danno sempre quattro, sei o addirittura otto. L'idea non è male, visto il livello di casino che si raggiunge spesso aprendo finestre su finestre, ma forse due sarebbero bastati.

     L'ambiente predisposto ha già un sacco di applicazioni installate: editori di testo (testo semplice, quello formattato in UNIX non so nemmeno cosa sia), un foglio di calcolo (probabilmente non pari ad Excel ;^), rubriche ed agende, giochi (12 contro i 4 di Bill), GIMP, che è un ottimo clone di Photoshop, assieme a altri due visualizzatori di file grafici, un client FTP, uno IRC e Netscape Communicator per quanto riguarda internet, un lettore per CD musicali e vari programmi per file audio, un file manager, un sistema di aiuto, terminale e linea di comando. Il resto sono utilità di sistema e di configurazione dell'ambiente.

     Comincio ad usarne qualcuno, per esempio l'editor per continuare a scrivere queste brevi note. Quello che prendo si chiama gnotepad+, ed è un (bel) po' meglio del notepad di Windows. Comincio a sentirmi meno perso.

     Ottimo quindi, si direbbe, eppure c'è qualcosa che non va. Ci sono certi irritanti cretinismi, della configurazione o proprio di GNOME non saprei dire, come quella, per esempio, che un click sinistro sul bottone di un'applicazione aperta la rende attiva ma non la porta in primo piano, e quindi, o usi quello destro e scegli dal menù, oppure resta seppellita sotto le altre finestre che bisogna ridurre manualmente ad icona!

     Riguardo all'hardware, pur avendo installato programmi audio ed internet, scheda audio e modem non sono configurati, ne c'é alcun wizard che appaia al momento in cui servirebbe. Questa è certamente una pretesa eccessiva, però almeno un sistema di aiuto decente ci vorrebbe. Invece la situazione è questa: sul desktop ci sono l'icona della home directory dell'utente attuale, root, assieme a cinque icone di siti internet (3 di Red Hat, una di GNOME, una del Linux Documentation Project) che sono quantomeno inutili finché uno non ha configurato modem e connessioni. L'help locale ha tre sezioni, una su GNOME e altre due sulle pagine di man e info.

     La prima è utile per l'interfaccia, ma in certa misura non necessaria perché le interfacce grafiche ben fatte non hanno bisogno di molti aiuti, mentre le seconde descrivono lo UNIX a linea di comando, e possono essere utili come riferimento per uno che già sa qualcosa, non certo per uno che inizia solo con l'atto dell'installazione.

     Qualcosa a cui appigliarsi resta, perché vedo l'arcinota icona di Netscape. Vediamo come va. E' quasi uguale a quello di Windows, solo un po' più bruttino. I font appaiono anche qui microscopici, e noto una cosa deludente, già vista in immagini da interfacce UNIX vecchiotte e Linux più recenti, e cioè che in alcuni menù e finestre di dialogo i caratteri delle opzioni non disponibili appaiono, più che ingrigiti, quasi tratteggiati, con un effetto molto poco piacevole. Estetica a parte, si apre una finestra di benvenuto e complimenti per aver scelto Red Hat ... , con elenco di vari documenti online e locali. Meno male, perchè è un po' arduo per me avviare Windows solo per consultare le guide Red Hat che non ho su carta. A proposito di carta, già che ci sono, provo a vedere se la stampante funziona, stampando da Netscape. Funziona, meno male. Per la guida a portata di click invece ho parlato troppo presto! Tra tutta la roba che ha installato, non ha trovato qualche MB da sprecare per le guide. Non posso continuare a pensare che sia solo una punizione per chi non acquista il pacchetto ufficiale, perché anche agli utenti registrati può far comodo la guida disponibile su PC.

     Solo per il fatto che ho letto parecchi chili di riviste so che in questa distribuzione c'è una nuova interfaccia per installare i pacchetti, GnoRPM. Per l'uso non serve sapere niente, l'interfaccia si spiega da se, e l'installazione sarebbe facile, ... se non fosse per il mitico mount del CD-ROM (o del dischetto per altro verso). Questo è un punto di grande flessibilità per gli UNIX, ma al tempo stesso è una delle cose più strane da mandar giù per un "alieno", oltre a diventare un ostacolo insormontabile per un novellino non aduso al "Read The Fucking Manual", o RTFM, come sembra dicano i guru. Nella sostanza, quando inserisci un CD, devi "comandare" a Linux ( e lo puoi fare se sei in veste di SuperUser, altro concetto estraneo ai poveracci di Windows 95/98) dove attaccare (montare) il ramo di directory del CD su quello generale del sistema operativo. Non importa che alla fine questo venga sempre inserito nella directory /mnt/cdrom, allo stesso modo che il floppy viene piazzato in /mnt/floppy.

     Nel caso della presente distribuzione le cose sono quasi semplici, non occorre saper alcuna istruzione da impartire, perché c'è un "user mount tool" che monta e smonta questo o quel pezzo di file system. Il punto è che almeno il fatto che Linux non riconosce floppy e CD finché non glielo si ordina, bisogna comunque averlo saputo in una maniera o nell'altra.

     In ogni caso l'installazione è facilissima, una volta montato il CD GnoRPM vi trova da solo i pacchetti, basta solo scegliere quali si vogliono. Pensare che tutto il sistema di installazione e disinstallazione è un gioiellino degno di un sistema operativo che non usurpi il nome, una cosa la cui mancanza in Windows crea l'infernale problema della sovrascrittura e cancellazione delle DLL, alla base di gran parte dei problemi degli utenti.

     Adesso, volendo, con un po' di calma potrei leggermi le istruzioni e pian piano imparare a fare le cose, ma per arrivare qui, un utente che abbia meno passione di me per lo scartabellamento, si troverebbe nei casini parecchie volte. Prima e maggiore, la partizione del disco con FIPS. Ma questa non è addebitabile ai distributori, non tutti possono permettersi altro e più sofisticato strumento. La comunità di sviluppatori potrebbe però rendersi conto che questo è un punto importante per diffondere Linux, e rimediare. Vedremo che lo stanno facendo. Per il momento, potrebbero almeno rendere più chiari i passaggi e più facilmente disponibile la documentazione. Poi, difficoltà del riconoscimento dell'hardware a parte, per quanto ridicolo possa sembrare, non si spiega ai poveri polli dell'allevamento Windows che la prima volta che si accede a Linux lo si fa usando una password scelta per l'identità di "root". Non basta dire "pick a root password" durante l'installazione, perché poi si leggono lettere alle riviste di gente che ha installato Linux senza riuscire ad entrarvi. Infine dover montare i CD-ROM solo per accedere alla documentazione è una cosa che può immaginarsi solo qualche sadica mente di un x-guru deciso a respingere le orde dei malfamati esseri inferiori che tanto contribuiscono al conto in banca di Bill Gates.

     Conclusione parziale: una volta entrati, c'è un ambiente molto ben fatto, anche se chiaramente in stato di lavorazione. La fondamentale fase di primo accesso al sistema è però assolutamente non user friendly.

     Comunque Red Hat non è l'unica distribuzione di Linux, pur se me la davano come una delle più facili. Intanto, restando al suo interno, voglio vedere gli altri ambienti grafici, perché magari gran parte dei problemi nascono dalla giovinezza di GNOME. Al login, oltre ad entrare in GNOME, c'è la scelta AnotherLevel. In GNOME ci sono degli AnotherLevel menu, ma il Window Manager resta sempre quello di GNOME. C'è anche un KDE menu, il cui unico contenuto è un Desktop Switching Tool, applicazione GNOME che farebbe passare ad AnotherLevel o a KDE, se fosse installato (ma non lo è, perché Red Hat sponsorizza GNOME, di cui KDE è concorrente).

     Esco quindi, e rientro in AnotherLevel. Dal fondo verdastro e dalla stretta barra inferiore con un pulsante Start, capisco di essere entrato in FVWM2 (o FVWM95). Il menù "About FVWM" mi dice che infatti AnotherLevel è una configurazione particolare di FVWM, un windows manager inizialmente configurato per somigliare a Motif (e chiamato Lesstif !) e finito per cercare di sembrare Windows 95, sotto il nome di FVWM95, appunto. Riguardo a Window 95, molto meglio l'originale; invece per Lesstif, la situazione è un po' grigia: lo schermo è desolatamente vuoto (e appunto grigio), l'unica eccezione essendo tre rettangolini in basso a destra, presenti anche nella configurazione che cerca di copiare Windows, per la selezione di uno degli otto desktop disponibili. Vai bene a dire che i click destri o sinistri su un punto qualunque fanno comparire lo stesso i menù che ci sono in Start, l'aspetto è lo stesso desolato. Le riviste direbbero "professionale", anche se non si capisce perché professionale debba essere uguale a "brutto".

     Dai menù di FVWM, oltre che passare tra le due sue configurazioni, si può saltare ad AfterStep. E' un clone del NextStep, la creatura di Steve Jobs dopo che era stato cacciato dalla Apple anni fa', quindi è probabilmente qualcosa di originale. Eccome! Qui il look non è affatto trascurato, semplicemente è tutto un po' bizzarro. I dektop virtuali sono sei, e ci si passa quando il mouse sbatte sul fondo o a destra, e la cosa non è molto ben pensata perché a destra c'è la barra di scorrimento delle finestre: uno va lì per usarla, e finisce in un'altra finestra vuota! Anche in GNOME con Enlightenment si può avere lo stesso effetto, ma lì si può regolare la "resistenza", in modo che non si sbuca per sbaglio dall'altra parte. Poi, c'è una barra con cinque icone, ma è a destra ed quindi anche lei in conflitto con le barre di scorrimento. Le icone sono un semaforo (per chiudere la sessione), i famosi xeyes (gli occhi di X che seguono il mouse), un orologio-calendario, documenti su AfterStep, e delle cartelle per le applicazioni (che non sono comunque lì). I menù si hanno con il click destro (che serve per cambiare desktop e per avere un elenco delle applicazioni aperte nelle varie scrivanie, cosa molto utile e funzionale), e quello sinistro per i menù delle applicazioni. Entrambi funzionano stile Macintosh, scorri l'elenco e rilasci sul punto voluto (altrimenti ti restano tra i piedi). In fin dei conti un bell'ambientino, con effetti spettacolari, come quelli delle finestre che si riducono a icona ruotando su se stesse, e una configurabilità notevole (lo si può far somigliare ad un sacco di altri ambienti, come per esempio il MacOS) , ma che, anche se i suoi utilizzatori dicono essere il più facile ed intuitivo, ha varie bizzarrie che si possono anche trovare irritanti.

     E, in ogni caso, le applicazioni e la documentazione sul sistema operativo sono le stesse che in GNOME, non direttamente "a prova di imbecille". Per vedere qualcos'altro, devo installare e provare il KDE, il K Desktop Environment.

     Questo è uno dei due grandi progetti per il desktop sotto Linux. E' stato il primo a partire (ora si trova alla versione 1.1.1, contro la 1.0 di GNOME) e probabilmente qualche vantaggio lo avrà. Red Hat non lo usa come desktop per problemi relativi alla politica delle licenze: quelle delle librerie grafiche su cui si basa KDE non erano completamente libere, almeno all'inizio. Questi problemi hanno causato una spaccatura all'interno della comunità Linux, e la nascita del progetto GNOME.

     Poiché Red Hat non istalla e configura il KDE, contrariamente a molte altre distribuzioni, mi conviene provarne un'altra, così da vedere se c'è qualche distribuzione pronta all'uso anche per chi non abbia tempo da perdere a scartabellare in giro.

     La nuova creatura di Caldera, OpenLinux 2.2, viene reclamizzata come una specie di "Linux for dummies" (ha anche una copia limitata di PartionMagic), ma non ne ho la disponibilità, tra le tante distribuzioni prese in regalo dai CD delle riviste. Ne ho invece una che si autopubblicizzava come la più facile di tutte, ed in forte crescita come apprezzamento degli utenti (dicevano di essere stati preferiti anche a Red Hat in non so più quale classifica). Unico dubbio, il nome poco serio: Linux Mandrake.

     Vediamo. E' basata sulla Red Hat, versione 5.2: notevole la cosa, può capitare solo in Linux, perché altrimenti proverei anch'io a vendere Windows dopo averci aggiunto qualche file batch di mia produzione! Ho un altro piccolo spazio sul disco rigido, giusto per farcela entrare senza disinstallare l'altra.

     La procedura di installazione è (stranamente!) uguale a quella di Red Hat, solo che il marchio ora è Mandrake Linux. Essendo una versione più indietro comunque, non trovo il mio monitor tra quelli elencati, cosicché devo introdurre manualmente i suoi dati. Avvertono che l'operazione è pericolosa, perché se si introducono frequenze più alte di quelle che il monitor sopporta, e questo non ha circuiti di protezione, potrebbe andarmi arrosto.

     Grazie a Dio non succede niente del genere, e posso partire. Il breve file "leggimi" per l'installazione (si spera che almeno questo se lo guardino quelli che vogliono installarsi un sistema operativo) spiega, e non ci vuole molto, che al login che segue il riavvio si usa "root", assieme alla password scelta. Inoltre, visto che questo inizia in modalità testo bisogna far partire l'interfaccia grafica con il comando "startx". Questi non sono due passaggi tremendi, e, una volta fatti ci si ritrova nella bella interfaccia grafica del KDE.

     Questo è un progetto che ha come scopo quello di creare un ambiente di lavoro usando il meglio tra le idee attuate negli altri sistemi operativi, siano essi Macintosh, Windows o UNIX. Quanto a qualità grafica è altissima: l'unica cosa non all'avanguardia sono le icone che, pur curate, sono a 256 colori. Ma anche questo piccolo particolare cambierà subito, con la versione 1.1.2 che avrà le icone a 16 bit di colore.

     KDE si propone di essere, in tutta la sua potenza di configurazione (che può renderlo somigliante, attraverso i cosiddetti temi, anche a Macintosh, Windows o BeOS), un ambiente familiare per i molti utenti delle altre interfacce grafiche commerciali. Senza per questo evitare dove possibile di migliorarle ed estenderle (come dice Bill: "embrace and extend").

     Per esempio, oltre ai quattro desktop, ci sono due "barre delle applicazioni", che sdoppiano due funzioni che in quella di Windows sono malamente sovrapposte. Quella inferiore (che si può togliere dalla vista come in GNOME) ha il pulsante di "start" con il simbolo di KDE (che la prima volta ti accoglie con lo strafottente "Where do you want to go tomorrow?") a destra insieme alle icone principali, mentre al centro c'è il selettore dei desktop, e a sinistra altre icone di applicazioni più particolari. Questa barra ha quindi solo la funzione di zona per icone che non viene coperta dalle finestre. La funzione di barra delle "applicazioni aperte" è invece svolta in esclusiva dalla barra superiore. Si evita così l'affollamento di un'unica barra per entrambe le funzioni, posizionandole al contempo negli unici due posti razionali (dove non sono in conflitto con la barra di scorrimento delle finestre a pieno schermo).

     Il look "piatto con rialzo dei bottoni al passaggio del mouse" introdotto da Internet Explorer è pervasivo in KDE, perfino all'eccesso perché è quasi difficile vedere i contorni superiori delle finestre. La tanto strombazzata unione del browser con il desktop, che a Microsoft serviva più che altro per far fuori Netscape, qui è perfettamente attuata. Infatti KFM, il file manager di KDE, viaggia sulle cartelle del disco come un browser HTML farebbe su quelle di un server remoto, visualizzando la cartella di file, oppure il file index.html se c'è. E volendo (a volte serve o è più utile) si può passare alla visualizzazione non web, con eventuale aggiunta dell'albero di directory. Qui l'integrazione è perfetta, non come in Windows dove Internet Explorer e Windows Explorer sono ancora sostanzialmente separati.

     Questo per dire che il mondo del software Open Source può non solo copiare (cosa che Microsoft ha fatto finché aveva qualcuno da cui copiare) ma andare anche oltre, migliorando, o esplorare vie totalmente nuove.

     Non che tutto sia perfetto, e come potrebbe? Per esempio, i due editor di testo semplice che trovo per poter continuare la scrittura di queste note sono, diversamente dai due di GNOME, "tipo programmatore", con acapo al numero di linea tal dei tali e l'istruzione "vai alla linea numero ...", cosa strana perché il KDE si caratterizza di solito come più "per tutti", diversamente da GNOME che sembrerebbe più "per tecnici". E, ma qui non è colpa di quelli di KDE, mi manca il supporto per la tastiera italiana! Ce ne sono tre ceche, una lituana e islandese, due polacche e slovacche, e quattro ucraine, ma nessuna italiana! Siamo sempre più terzo mondo.

     Quello che comunque colpisce dell'ambiente è, come direbbe Microsoft, l'integrazione. Pur essendo lavoro di centinaia di programmatori separati, si ha una sensazione di uniformità e coerenza che di solito si credono caratteristiche dei prodotti di un'azienda commerciale, rispetto al lavoro, pur buono, di un gruppo di volontari. Inoltre colpisce molto anche la volontà di aver un bel look: anche la finestra del terminale, per esempio, non ha un fondo nero come al solito ma bianco, tanto che si rischia di scambiarla per quella di un altro editor di testo.

     Quante applicazioni ci sono dipende sempre da chi crea la distribuzione, ma in questo caso in partenza ci sono i due editor di testo detti, ben 17 giochi, 8 applicazioni grafiche (oltre a GIMP di derivazione GNOME), 12 applicazioni internet (tra cui due client IRC, un client e-mail con due mail monitor, un news reader e un personal web server) non contando KFM che è anche un browser internet e il Communicator completo di Netscape, 5 player multimediali, e una trentina di utilità e programmi di configurazione del sistema. Per la configurazione di KDE c'è poi l'ottimo KDE Control Center con cui si può facilmente ed ordinatamente configurare l'ambiente.

     Anche se KDE è ottimo, bisogna che sia configurato convenientemente per poter dire che sia a prova di principiante. Dopo averlo visto in versione Mandrake ho infatti installato KDE anche su Red Hat, notando che quei pochi passettini che mancherebbero alla facilità d'uso non sono stati fatti da Red Hat neanche con questo desktop.

     Di cosa si tratta? Quando un principiante arriva alla scrivania, sarebbe utile fargliela trovare con le icone delle due o tre cose essenziali per iniziare. Una cosa non trascurabile per non far sembrare Linux un sistema operativo dell'altro mondo è fornire un modo immediato per accedere a dischetti e CD-ROM, senza passare per le istruzioni di mount. Linux Mandrake fa trovare sulla scrivania le due relative icone, e come in tutto il resto del mondo basta cliccarle per accedere ai relativi drive. Nel KDE fornito da Red Hat non ci sono, almeno in modalità amministratore. Si sa che un amministratore di sistema non ha bisogno di simili scemenze, ma si dà il fatto che al primo accesso in Linux si entri proprio in veste di superuser. Quando si fa un accesso come utente normale si hanno anche le icone del floppy, del CD e della stampante. C'è solo il trascurabile dettaglio che non sono funzionanti finché da root non si autorizza il mount dei due drive agli utenti! Nessuna facilitazione dunque.

     Ma la cosa più importante di tutte sarebbe avere una "documentazione per iniziare", in modo che non si debba sbattere la faccia contro gli HOWTO, perché altrimenti ci si può scoraggiare subito (dal punto di vista dei guru è un vantaggio, un pivello in meno ad inquinare l'ambiente). Come visto, in Red Hat la documentazione non c'è nemmeno sotto GNOME, figurarsi sotto KDE (in realtà c'è, però è di carta, se si paga un pacchetto ufficiale). Con Mandrake è lì in bella vista, ed è anche più amichevole di quella di Red Hat.

     Scartabellandola trovo facilmente come si risolve l'inghippo della scheda audio: si apre una finestra terminale e si lancia sndconfig. Questo, tranne quando vi chiede se sentite l'audio, fa tutto da solo e configura la scheda per l'uso. La cosa che proprio non capisco è che il programma è di Red Hat ed ha la stessa interfaccia del programma di installazione. Magari durante l'installazione è problematico fare il test audio, però almeno alla prima entrata nel sistema si potrebbe far partire sndconfig, o perlomeno non seppellire nella documentazione la notizia della sua esistenza.

     Per quanto riguarda il collegamento internet via modem non trovo nulla nella documentazione di Mandrake. Qualche accenno c'è solo in quella originale di Red Hat. Per un momento almeno credo di aver trovato un punto a favore, per quanto riguarda la facilità d'uso, nella distribuzione originale. Riaccedo dunque a GNOME e dopo un po' di tentativi riesco a collegarmi, anche se la cosa non è molto diretta. Bisogna usare il programma linuxconf, vero punto di forza di GNOME (ma disponibile anche dagli altri desktop). Linuxconf elimina la principale fonte di difficoltà sotto Linux. Infatti, configurare questo sistema operativo implica l'editazione manuale di molti distinti file di testo semplice, e Linuxconf permette di farlo da un'interfaccia a finestre e menù, senza bisogno di studiare troppo da guru. Naturalmente qualcosa di tecnico bisogna capirlo, almeno per inserire i dati forniti dal proprio provider per il collegamento, ma questo capita anche con il Macintosh e tutti i wizard di Microsoft.

     Quello che rimane bizzarro è che sia necessario usare uno strumento di configurazione come linuxconf per stabilire un collegamento internet (almeno, io non ho trovato niente di più immediato, riga di comando a parte). Si deve cioè avviare linuxconf (menù System), sottosezioni Config, Networking, Client tasks, PPP/SLIP/PLIP, click sulla connessione (ppp0, ppp1, ecc), ed infine Connect nella finestra di configurazione che appare, usata in precedenza per inserire i dati della connessione stessa. Questo è il modo che si propone da solo, visto che le istruzioni dicono solo come trovare i menù appropriati di linuxconf in cui inserire i dati del provider. In realtà il modo più proprio dovrebbe essere quello di usare la sezione Control, menù Control panel, Control PPP/SLIP/PLIP links, click sulla connessione, ed infine rispondere Yes alla domanda "Do you want to activate the network link?".

     In ogni caso, un piccolo programmino per connettersi, separato dal resto e facilmente raggiungibile dalla scrivania sarebbe del tutto opportuno, in mancanza dell'apertura automatica di una connessione da parte di ogni programma che la richieda.

     Proprio quello che c'è in KDE. Non c'era documentazione specifica di Mandrake, né documentazione propria del KDE, ma forse solo perché bastava che uno si guardasse il menù dei programmi internet disponibili. Ce n'erano tre il cui nome iniziava per KPPP, K come KDE, PPP come Point to Point Protocol. Forse non tutti gli utilizzatori sanno che questo è il principale protocollo per connettersi al provider ma, superato questo "scoglio", tutto viene da sé, perché KPPP apre una finestra molto autoesplicativa (ha addirittura l'aiuto rapido simile a Windows) in cui inserire i dati. C'è anche un comando "query modem" per interrogare il modem sulle sue impostazioni, ed una regolazione del volume dello stesso, inizialmente disabilitato (sotto GNOME invece la connessione risultava a volume massimo, con conseguente fastidioso fruscio di fondo). In più questo eccezionale programmino si occupa, oltre che di tenere in vista la durata della connessione e di misurare il traffico dati in entrata ed uscita facendone il grafico, anche di calcolare i costi di connessione (ha tutte le tariffe Telecom, come anche quelle delle società telefoniche dei principali paesi del mondo). Inoltre tiene traccia di tutte le connessioni effettuate, con tempi e costi, e le visualizza mese per mese. Molto meglio di quello che fornisce di default Windows 98.

A questo punto, posso trarre qualche conclusione da questa prova di facilità di utilizzo.

Installazione:

La procedura di Red Hat è abbastanza buona e facile, almeno se non si ha dell'hardware troppo strano. La cosa certamente più difficile è l'iniziale partizione del proprio disco, nel caso, molto frequente, in cui si voglia tenere il vecchio sistema operativo. Qui sarebbe essenziale avere un programma facile come PartitionMagic. Miglioramenti si annunciano con Caldera OpenLinux 2.2, che usa una versione limitata del suddetto programma, ma soprattutto con l'avvio di progetti open source su questo importante punto, come l'annunciato DiskDrake di Mandrake Linux.

Configurazione e documentazione:

Il fatto di usare un ottimo ambiente, come per esempio il KDE, non implica affatto un'immediata facilità di utilizzo se contemporaneamente non si forniscono dei semplici agganci, magari tramite icone sul desktop, ad una documentazione "facile e rapida" su cose elementari come far funzionare l'audio e stabilire una connessione internet. Da questo punto di vista la configurazione del KDE in Linux Mandrake è ottima, mentre quella dello stesso ambiente in Red Hat invece non lo è. Questo comunque era ovvio, visto che Red Hat spinge GNOME contro KDE (per inciso: è un vero peccato questo "scisma" nella comunità degli sviluppatori, senza di esso si potrebbero già buttare tutti i prodotti made in Redmond ;^).

Ambiente di lavoro:

KDE è l'ambiente attualmente di gran lunga migliore. Non è l'unico ad avere un look "moderno", perché gli altri dektop, come GNOME/Enlightenment, o AfterStep e WindowMaker sono altrettanto o anche più belli (dipende dai gusti), ma mancano, almeno per ora, della "completezza" ("integrazione", usando parole di Microsoft). Per esempio, in GNOME 1.0, accanto a vertici molto alti come GIMP, il programma di manipolazione delle immagini che clona quasi alla perfezione Photoshop (costando qualche milione in meno) ci sono mancanze notevoli. Per esempio tra le applicazioni internet manca una facile applet PPP per connettersi senza entrare nei meandri di linuxconf, e Netscape Communicator è una parte necessaria, non essendoci per ora applicazioni proprie per mail, news e web. Inoltre, ci sono comportamenti non ancora sgrezzati, tra i quali per esempio il fastidioso modo di attivazione delle finestre (cliccare sull'icona non le porta in primo piano, come pure capita che cliccare all'interno di una finestra non la renda attiva).

Questo dipende dal fatto che il KDE è alla versione 1.1.1, un grande vantaggio rispetto ad un progetto che è solo alla 1.0! Scherzi a parte è eccezionale la velocità con cui sono stati costruiti questi ambienti desktop, che hanno raggiunto un ottimo livello in meno di due anni. Il KDE offre l'indubbio vantaggio di un ambiente uniforme ed integrato, senza "buchi". Inoltre, è quasi in arrivo il KOffice.

Linux è pronto per il desktop?

Stando a sentire le riviste windowsiane assolutamente no, ma questo è comprensibile, perché vedono Linux come qualcosa di estraneo e nemico. Anche quelle che si proclamano indipendenti esagerano di gran lunga le difficoltà che si incontrano. Quello che è assolutamente vero è che ci sono qua e là dei piccoli scogli che possono diventare insuperabili. Questi dovrebbero essere rimossi se si vuole espandere il popolo degli utilizzatori, specie perché a volte sono delle cose molto facili da eliminare, se si vuole. E' comunque ingiusto attribuire tutte queste difficoltà a Linux, perché il grosso di esse è dovuto all'installazione di un sistema operativo in convivenza con un altro, e non si tiene conto mai che Windows arriva di solito preinstallato sui PC.

Detto questo, si può buttare Windows per Linux? Ancora no, ma non per molto. Provate a leggere questo baldanzoso articolo sul futuro di Linux. Prevede la totale sparizione di Windows entro il 2010, con Linux che conquista il mercato entro il 2002. Sogni? Può darsi, e il metodo per calcolare una data così ravvicinata per il "takeover", basato sul mantenimento della crescita esponenziale sperimentata finora da Linux, non è irresistibile (nessuno può garantire che continui). Molto più serie sono però le altre osservazioni. La principale è la seguente: gli standard aperti sono un rullo compressore che ha sempre travolto, e sempre in meno di 15 anni dal momento in cui si sono resi disponibili, tutti gli standard proprietari (e Linux non è nient'altro che il più classico dei sistemi operativi, UNIX, reso aperto e disponibile a tutti). Lo stesso successo della piattaforma Wintel è in gran parte dovuto alla sua parziale apertura, rispetto ad altre soluzioni più chiuse, per esempio il Macintosh della Apple. Microsoft sa che può dominare solo se si appropria e perverte gli standard aperti, come dimostrano gli Halloween Documents e come può capire chiunque quando vede continuamente cambiare, senza nessun beneficio apparente, i formati di Word e dei suoi fratelli in Office. Si può credere che l'utente finale, se non ha scelta, continui a farsi tirare per l'anello al naso, ma è difficile pensare che lo facciano anche gli "sviluppatori indipendenti" che con il loro lavoro contribuiscono ad alimentare lo stesso Moloch che poi li divora. E quando questi cominceranno a rilasciare versioni Linux di tutti i loro prodotti cadrà l'unico vero svantaggio di questa piattaforma. Quando avverrà? Molto presto, nonostante tutte le pressioni che Microsoft, antitrust o non antitrust, starà certamente usando. Perché basta che un sistema operativo abbia più del 10% del mercato per avere la quasi totalità del sostegno delle terze parti (il Macintosh disponeva dell'80% di copertura, pur avendo meno del 20% della base installata). E se si va a vedere già oggi, ci si rende conto che l'unica cosa che manca in Linux dal punto di vista di un utilizzatore tipico è quella di poter lavorare sui file di Word ed Excel, i formati che dominano il mercato nel loro settore. Basterebbe che questa esigenza fosse coperta per bene, e già oggi WordPerfect e StarOffice sono una risposta, per di più gratuita per l'uso personale, per non avere più alcuna necessità di Windows. Il fatto di non aver cambiato i formati in Office 2000, forse per non sfidare le ire degli utenti, può essere stato il primo fatale cedimento dell'ultimo dinosauro.

In conclusione, non posso che dirvi: provatelo.